Polis: I poeti non sono filosofi

A differenza dei filosofi che sanno di non sapere, i poeti sanno di sapere. Sanno che il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo e delle sue contraddizioni. È una metafora senza soluzione di continuità. Così da sempre i poeti degni di questo nome parlano dei loro corpi e dello spessore sinistro delle cose, degli eventi che caratterizzano il secolo, in un’unica essenza verbale come una sorprendente rivelazione. Non dicono sempre la verità, ma ci aiutano a scoprirla. Da cui è facile convenire che ogni buona poesia contiene in sé la quotidiana utopia di chi l’ha generata; la sua storia, ansie e dolori, luoghi d’origine e autori di riferimento, il suo proprio sentire poetico, quindi universale. Di questo doveva testimoniare il cartellone della seconda edizione dell’Orecchio di Dioniso, condiviso con Matteo Zattoni e Pina Piccolo: ampio e multiforme, internazionale e allo stesso tempo regionale, con un’aperta dissociazione nei confronti dello spessore sinistro delle cose che qualificano questo nostro secolo: orrore e massacri, mancanza di umanità, ipocrisie sapientemente confezionate, privilegi che umiliano e deturpano la ‘polis’ e la ‘persona’. Senza distinzione di censo, collocazione geografica, cultura o religione. Questo l’obbiettivo ultimo. Questa la bussola, il poco sapere che ci ha orientato nel prendere i rischi necessari che ci competono, nel comporre ed organizzare l’itinerario poetico internazionale e la breve navigazione che intendevamo realizzare. Ora che l’evento si è concluso, con la partecipazione di tanto pubblico, malgrado l’afa estiva, occorre tirare i remi in barca, trarne le dovute conclusioni. Nella sezione di video-poesia Poeti nelle Città, con le parole di Maria Pia Arpioni e il progetto di videopoesia internazionale Geopoeticon abbiamo ricordato i volti di tanti poeti che ancora oggi cantano i gesti della quotidianità e avrebbero rallegrato P.P.Pasolini, più di ogni roboante celebrazione; poi la terribile ‘strage di Capaci’ e la ‘strage di Bologna’ con due documenti prodotti dalla RAI e diretti da Felice Cappa. È una sezione che ha incontrato il consenso di tutti i presenti e che potenzieremo in futuro se ne avremo i mezzi e l’opportunità.

Per quanto riguarda i tanti poeti che hanno personalmente partecipato alla manifestazione, devo dire che hanno perfettamente calzato e incalzato lo spirito dell’Orecchio di Dioniso. Tutti, in uguale misura, importanti e vitali coi loro versi e voci distinte per il buon esito delle giornate: a volte scenici e squillanti come nel caso dell’americano Mark Lipman; o con esile voce, ipnotica e soave, della norvegese Odveig Klyve; poi così romagnoli col loro sentire Francesco Gabellini e Annalisa Teodorani; e, non ultima, la radiografia del giovane poeta greco Thomas Ioannou che, per un attimo, ha fermato la spirale del tempo, tolto il respiro a tutti con quel suo emblematico “Non ce l’ha fatta ad emergere/ illeso dagli incidenti della vita/ smembrato tra l’ora delle parole/ il sempre dei punti/ e il mai del corpo.” Sono versi crudeli che alla fine possono essere intesi come potente manifesto dell’intera rassegna. Ma prima dicevo: un poeta sa che il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo, sa che è un dovere di ogni festival, di ogni ascoltatore, ricordare a se stesso e agli altri le parole di Iosif Brodskij: “Se mai un poeta ha un obbligo verso la società, è quello di scrivere bene”, oltre a quello di prendere dei rischi, mi permetto di aggiungere.

 

Walter Valeri