POESIE PER UNA VISIONE DEL MONDO

Alla domanda ‘che cos’è la poesia?‘ Franco Fortini nel corso di un’intervista radiofonica disse:
Rispondere è come se si volesse rispondere a ‘che cos’è l’uomo’ o a ‘che cos’è il mondo’. Bisogna aggirare la difficoltà. Ammettendo che si sappia che cos’è il linguaggio articolato di cui ci serviamo e quali sono i diversi aspetti, le diverse funzioni che coesistono in ogni atto del linguaggio, si può dire che nel linguaggio umano c’è una funzione che tende a mettere in evidenza soprattutto, o almeno in modo particolare, il linguaggio stesso, ad attirare l’attenzione sulla forma della comunicazione. Ebbene questa è la funzione poetica. Certo bisogna tener presente che quando si parla di poesia questa parola significa due cose: da un lato, appunto, un tipo particolare di discorso parlato o scritto che si distingue da altri modi di comunicazione; dall’altro, invece, un’attribuzione di valore per cui si dice ‘poesia’ per dire qualcosa di bello, di importante, di riuscito, di meritevole di stima o di attenzione. Nel parlare comune, ‘poesia’ significa due cose: per un verso è un discorso, o ragionamento, o una comunicazione dove prevalgono elementi di ritmo e cadenze, di ripetizioni, di immagini che alterano i significati immediati e che gli conferiscono, oltre ai primi, anche significati interiori. Per un altro verso, quando noi diciamo ‘questa è poesia’ intendiamo in genere qualcosa di elevato e di nobile, di rassicurante o di commovente o di rasserenante, di vivace, pungente ecc.
A questa riflessione va aggiunta una novità: l’irrompere e la natura di nuove forme poetiche ad alta valenza tecnologica che, a mio parere, si affiancano alla funzione poetica dei passati linguaggi, non li sostituiscono. Ecco la ragione per la quale abbiamo deciso di aprire una significativa sezione di Video Poesia con cui creeremo un archivio internazionale permanente accessibile a tutti.

Questo è un secolo perentoriamente segnato dalla proliferazione dei media e combinazione dei loro linguaggi e anche dal razzismo. Nuove forme di razzismo politico e ideologico che si fonda su privilegi economici stanziali, oppure vecchi arnesi del fascismo di sempre, che in questo momento accompagnano o perseguitano l’emigrazione di milioni di donne, uomini e bambini ridotti alla fame, costretti alla disperazione e alla morte da feroce imposizioni commerciali, pretese economiche estese a livello planetario da coloro che ne traggono beneficio. Ma è anche un secolo che vede venire al mondo molti e nuovi poeti. Per fortuna alcuni eccellenti, altri meno bravi, ma tutti benvenuti. Poeti che, aldilà delle maschere letterarie prese a prestito dall’immenso giacimento compilato nei secoli, si distinguono ancora e soprattutto per come si comportano, per le cose che dicono, come le dicono e dove le dicono. Moralismi o canoni letterari a parte: parola, gesto, canto e immagini non conformistiche sono il centro e la forza drammatica della comunicazione poetica o delle poetiche del XXI secolo. E, almeno in parte, speriamo anche della seconda edizione dell’Orecchio di Dioniso, come segni e segnali del presente. Segnali che possono affacciarsi ed espandersi nei cieli di quelle che Calvino chiamò le Città invisibili o precipitare e spegnersi per sempre nell’orecchio di chi ascolta; com’è stato per il primo grande mito ‘migrante’ della poesia: la sua pena, sete di conoscenza, volontà di sopravvivere, nostalgia dell’amata e umano dolore. Sto parlando dell’Ulisse di Omero e di Dante, ovviamente.
Con la sua seconda edizione L’Orecchio di Dioniso sarà un modesto contributo per capire, scoprire o riscoprire una “visione collettiva del mondo”, come ha scritto Julio Monteiro Martins nelle Note sullo scrivere e il pubblicare che riproponiamo anche quest’anno alla lettura del pubblico più attento. Perché se ancora ha senso scrivere, organizzare un festival internazionale di poesia, o d’arte in generale, questo senso non può che passare attraverso un atto di immaginazione comune, un nuovo ‘epos’ condiviso. Un fatto culturale che riguarda tutti, profondamente, anche quelli che non vi partecipano. L’esule Ulisse, il mito d’un antico migrante sbattuto sulle coste del Mediterraneo, guida le scelte poetiche e i contenuti di questo Festival per ricordare che anche in paese ottenebrato dagli scompensi di una società dei consumi in fase recessiva, uniti al problema innegabile, senza precedenti, del flusso di milioni di esuli disperati che fuggono da ‘guerre guerreggiate’ con armi fabbricate in Occidente, o mutazioni climatiche da noi prodotte e dalla fame che ne consegue, può emergere una altrettanto straordinaria opportunità: quella di creare un pluriculturalismo internazionale nuovo, non determinato da un passato storico nazionale e regressivo, pre-unitario, ma aperto finalmente all’anima del mondo. Di questo i poeti e le giovani generazioni per prime se ne rendono conto. Ne rendono conto a sé e agli altri, con le loro lingue, gesti e video-camere digitali, coi loro dialetti e/o inediti linguaggi, perché venga documentata, approdi nelle conversazioni della letteratura e delle arti visive una memoria portante, rintracciabile del presente.

Walter Valeri
Forlì/Cesenatiico, giugno 2017